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Bruno Gabrieli

Le ali di Bruno Gabrieli

Marina Mojana

Bruno Gabrieli scolpisce all'aria aperta e le sue opere conoscono il profumo dei larici e le carezze del vento frizzante del Monte Rosa. Sul prato davanti a casa, lungo il torrente Lys che disegna la valle di Gressoney, Gabrieli ammassa sassi e legni stagionati al sole caldo dell'alta montagna. Ma non sono legni e sassi qualunque. L'artista, con un passato di guardia forestale, sceglie i tronchi di noce che racchiudono in essi il mistero della vita: sono fusti abbattuti nei boschi, ma non annientati, sono radici dalle forme armoniose, affiorate sulle pendici delle montagne valdostane. Nell'artista suscitano subito un'eco primordiale, una seduzione irresistibile. Per Gabrieli, che ha imparato a lavorare il legno a bottega da Cristiano Nicoletta, scolpire è una necessità. Va in cerca di pietre oliari, le arenarle morbide e dalle sfumature calde, verdi e gialle come il muschio alpino, le raccoglie negli anfratti delle rocce, o vicino alle cave della bassa valle, dove la natura nasconde il segreto della sua bellezza, le avvolge in una coperta e le porta a casa. In esse ha già colto uno sguardo, un motivo decorativo o un cavallo alato, che da lì a poco prenderà vita tra le sue mani, come effetti d'acqua sulla pietra.
Nella materia di Gabrieli la roccia della montagna è presente in modo prepotente. Una materia ferma, muta, paziente, che arriva nel prato dell'artista in modo naturale, seguendo il flusso del tempo e il ritmo delle stagioni, una materia carica di memorie e dalle forme grezze, bizzarre, dove si intuisce l'arbitrio della natura. Ma il lungo viaggio dei legni di noce e di larice, sopravvissuti a bufere e nevicate, e quello delle pietre attraverso slavine e paludi di fango, finisce sul camion che si ferma a due passi dal garage — atelier dell'artista.
Nella sua officina Gabrieli si muove con passo sicuro, in scioltezza, tra moto seghe e flessibili, tra mole dalle punte zigrinate di varie misure e velocità e carte vetrate da 100 a 400 tacche di granatura. Come ogni artista che si rispetti anche Bruno Gabrieli si fa gli strumenti da sé, per ottenere l'effetto voluto. Non abbozza alcun disegno preparatorio, neppure traccia motivi sul sasso o sul tronco. Per lui iniziare a dare forma al legno è un rito antico, fatto di gesti precisi e ripetuti, importanti per entrare in contatto profondo con la sua visione e poi per tenere la tensione e non farla scappare via, per trasmettere, attraverso l'opera delle sue mani, quello che ha visto.
Come uno sciamano delle Alpi occidentali Bruno Gabrieli comincia la vestizione: indossa la tuta, il casco con visiera e para orecchi, inforca la mascherina sul naso e sulla bocca e impugna la moto sega; con questo strumento da boscaiolo sbozza il noce e la pietra e ne delinea le forme. Poi imbraccia il flessibile e qui inizia il bello: Gabrieli va in cerca di una linea, cavalca un'onda, accompagna il movimento del tronco verso l'alto; poi cambia mola e ricomincia la danza con la materia, spinge in profondità una nervatura, insegue una sfumatura, tocca con grazia un fianco e lo ritocca ancora. Gabrieli diventa leggero, si muove con fluidità e la sua scultura prende il volo.
C'è una costante di aria nel suo linguaggio plastico dalle forme aperte, attraversate, libere e forate e c'è una cifra stilistica ricorrente nei suoi lavori che pulsano come un battito d'ala.
Le ali di Gabrieli volteggiano solenni da oltre vent'anni, svelando una parte di quel mistero buono che abita in tutte le cose; sono le ali dell'aquila reale, ampie, immobili nel vento e nel legno di noce che le spinge, ieratiche, verso l'alto come in Salendo (2004); sono le ali aerodinamiche de II Volo (2006), un'opera felice che, più di altre, rivela la sua cultura artistica, tra futurismo storico, Brancusi e Henry Moore.
Le sculture di Gabrieli hanno sempre forme arcaiche, stilizzate e astratte, anche quando vorrebbero essere concrete: Gli Sposi (2006) non sanno tenere i piedi per terra, il Busto (2007) si slancia nello spazio come un missile, mentre Preghiera (2206) è una lingua di fuoco e di fiamme che si allungano, morbide e ondulate, verso il cielo. Verticalità (2006), Movimento (2006), Piuma (2005), Evoluzione (2006) sono i nomi con cui l'artista chiama le sue più recenti creazioni, opere che invitano lo sguardo a correre veloce sulla loro superficie e a prendere letteralmente il volo, sulle ali dell'arte e dell'immaginazione.
Ogni giorno Bruno Gabrieli ascolta il suo mondo interiore e va alla ricerca di una nuova canzone. Quarant'anni fa esordì come pittore, con dipinti in bianco e nero, in cui ricorrevano forme geometriche (l'ellissi) e primordiali (l'uovo), preludio di un destino plastico e monocromo che trova ora, proprio nella scultura, la sua vena espressiva più feconda. Gabrieli scolpisce di preferenza con la bella stagione e il suo lavoro tocca registri differenti tra il legno e la pietra. Davanti al sasso l'artista si riposa e il suo respiro scorre in volute pacate e sensuali, in una circolarità che sembra unire il grafismo della cultura celtica con il simbolismo di fine Ottocento. Davanti a un tronco di noce, invece, l'artista lotta in un corpo a corpo mozza fiato, che si risolve in strutture acute e appuntite. Il suo mach si può dire concluso soltanto dopo la lucidatura: con la mano protetta dai guanti afferra la carta vetrata, strofina con forza il legno e a poco a poco i colori naturali squillano, le luci vibrano tra le ombre della forma finita e un calore antico inonda l'oggetto di un'aura magica. Trattata poi con cera (una speciale crema nutriente che Gabrieli acquista solo in Francia), spazzolata e spolverata, la sua opera entra in punta di piedi nelle case private e nelle raccolte pubbliche, al di qua e al di là delle Alpi.
Non fa rumore, non è invadente, non ha fretta.
C'è, e nel vederla viene voglia di toccarla, per catturare quella scintilla di verità nascosta nella materia.