Recensioni

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Bruno Gabrieli

Il linguaggio cantato delle radici

Paolo Levi

Legno, pietra, i segnali figurali della sua Valle. Per comprendere appieno il lavoro faticoso quello antico dello scultore condotto con sapienza da Bruno Gabrieli bisogna salire fino a Gressoney. Allora si comprende la gioia di vivere del personaggio, una gioia dove la materialità si è trasfigurata in spiritualità solare, dove il piacere di guardare la luce del cielo si coniuga al silenzio dei boschi e delle montagne, dove giacciono giganteschi nidi di radici divelte e mucchi di pietre in attesa di essere riconosciute e rivelate.
Bruno Gabrieli è un uomo di montagna e il suo sguardo coglie il particolare di una roccia, gli angoli taglienti di uno spezzone di pietra, lasciati lì da un calcolo misterioso del destino, che attendono il loro Pigmalione.
Bruno Gabrieli ha un modo tutto suo di scrivere poesie; egli si muove nella propria Valle come un predatore di sensazioni. La sua poesia è densa di silenzi ma sa percepire i sussurri dei boschi, le parole favolose delle pareti di pietra. Intuisce le storie infi¬nite dei passaggi umani ed animali.
Quando sceglie e si porta via una pietra oppure una' radice, egli è ben cosciente che questo gesto non è mai gratuito, piuttosto un atto assai simile a quello dello scrittore quando si confronta con la pagina bianca e il suo primo colpo di scalpello è la prima lettera tracciata di un componimento.
Prima di accingersi a sbozzare con ritmo lento, prima di affrontare lo scavo o attenendosi al tuttotondo, Bruno Gabrieli ha già conversato a sufficienza con il suo blocco di pietra e sa già tutto di lui, quale sarà la sua dimensione reale, il suo colore, soprattutto la sua forma interiore. La magia del lavoro di Bruno Gabrieli sta proprio nel sondare il cuore di una radice o nel sentire il pulsare di una pietra. Per capire il senso di queste mie considerazioni bi-sogna salire sino a Gressoney, sostare nel cortile dell'artista dove sono ammucchiate centinaia di pietre dalle diverse forme e colori; se ci si avvicina, se ne avverte persino l'odore, che è quello della roc-cia che ha goduto della benignità del cielo e della neve. C'è da chiedersi, per esempio, se la scultura che Bruno Gabrieli intitola, con civile distacco, «Figura astratta» non sia stata tratta da una forma originale già curiosamente «liberty», come se la natura in precedenza le avesse già concesso lo stile floreale. Egli, a mio parere, è intervenuto sostan-zialmente sul richiamo di alcuni particolari decorativi, rielaborando un messaggio originario già ap-partenente alla pietra, attraverso un'operazione rivelatrice e di traduzione.
L'acqua della montagna leviga e corrode, in una pa-rola, scolpisce, mentre l'artista la mette scena con un gesto di rianimazione, con un'assunzione di re-sponsabilità interpretativa, che egli didascalicamente annuncia come «Elementi di natura rappresentanti la fauna e la flora». Anche in questo ottenimento informale e figurale il gioco stilistico è elegante, inteso come un sintesi che coagula con fermezza la forma e il significato.
Ce lo conferma il lavoro eseguito con grande perizia «Condottiero alato e sorvegliante supremo dell'esi-stere e del vivere fra le Montagne»: è qui esplicito il modo di concepire il messaggio decorativo dei corpi plastici, il senso dell'eleganza plastica e della linea, spesso sottolineata con evidenza, quale clausola formale ineludibile.
Sperimentazioni scultoree in pietra come «Donna aquila e guardiani», «Onde ricamate» oppure «Motivo ricamato» presentano costantemente un palpito, un accento, un'energia che salva dalla frigidità apparente del materiale ferito della roccia.
Sono lavori, questi del maestro di Gressoney, armoniosamente complessi e densi di tensione (come nella pietra nera dal titolo suggestivo di «Decorazione di costumi»), nati a volte da un equilibrio difficile tra naturalità ed astrazione (come nel casi di «Metamorfosi»), in tensione dialettica tra decorazione ed espressione (come nel caso emblematico di «Effetti di acqua e di pietra»).
Sono lavori dove la forma è sontuosa, proiettata verso l'alto, dove l'atto scultureo è lo specchio di un blocco unitario e tuttavia foltissimo di motivi (come in «Movimento»), in cui entra la vita come attraverso una porta invisibile.
Sono composizioni importanti anche per la cromia magica, che è quella imprendibile della natura, sono forme informi, allusive di voli e di tensioni naturali, che porgono canti, tenui fremiti, segni plastici. La mano di Gabrieli sbozza in modo guardingo per non mutilare la superficie, adattando il suo stesso pensiero poetico alla richiesta perentoria della pietra di preservare la sua essenza originaria.
Dal corpo plastico sorge spesso un'amplificazione del movimento ed è questo il caso di «Ricami con farfalla», una scultura intricata e percorsa da linee-forza fluenti (alla maniera del tardo futurismo) e, nel contempo, opera di dolce intimismo, protesa verso uno spazio astratto, vuoto, inafferrabile.
Soprattutto nelle sculture in legno, una serie di radici già preparate dalla natura come grumi di materia plastica per lo scultore sempre attento e sensibile alle forme preordinate, ci si avvede di una sorta di amore-attrazione, evidenziata dalla forza impressa alla sostanza calda del legno, del suo evolversi e contorcersi in modi apollinei su se stessto», dove l'artista presenta in un pudico silenzio astratto ciò che non può essere narrato né con l'immagine, né con la parola.
La cultura simbolista di Gabrieli è rivelata da lavori come «Al canto», oppure come «La Luna, il sole, il cielo e la vita», sculture lignee informali, a tutto tondo, di un marrone scuro interrotto da venature scure, come tracce di sangue coagulato. Sono pezzi di assoluta bellezza plastica, dalla linea armoniosa, dove la corposità del tuttotondo è a volte interrotta da incavi, che accolgono l'occhio in un'ombra riposante.
Temperamento appassionato, felice come ogni uomo che ha solo contatti con la terra, i monti e il cielo, Bruno Gabrieli, sia quando affronta la pietra come studio sul calore e sul colore, che quando manipola il legno come riappropriazione di una mate-ria viva, antica e fragile, trasferisce nel blocco plastico, che diventerà scultura, la severità religiosa di un decorativismo astratto. Egli ha saputo, in questi anni, liberarsi da certe influenze arcaiche e dai virtuosismi di mestiere, per approdare a una sintesi manuale, a un'ispirazione originale, a un linguaggio ritmico, che gli consentono di superare le inquietudini sulle quali troppo spesso la scultura contemporanea si ripiega.
Il suo è un canto silenzioso e appagato, l'eco sottile e persistente di un'interiorità rappacificata col mondo e forza rigeneratrice per l'ascoltatore stanco.